Le Memo di Smemo. 2^ puntata

Dal fondo della sala qualcuno lanciava sempre un PIRRONE, anche quando lo spettacolo ERACLITO bello. Non tutti riuscivano a seguire il FILOLAO, nell’ultimo BACONE qualcuno capita l’ANTIFONTE s’addormentava. All’uscita dal teatro ci aspettavano i fratelli AUT-AUT. Erano entrambi CALVINO, per questo indossavano un CAMPANELLA. Un VOLTAIRE si è BAKUNIN la ruota del pullmann. Uno dei gemelli ha tentato di GONCIAROV col POMPONIO, senza riuscirci. L’AUT antipatico HEGEL FEUERBACH. Gridava continuamente MUNCH. Forse aveva origini siciliane. Quando l’AUT simpatico LEVINAS il chiodo e mise la nuova JUNG ripartimmo. Il preside SANTAYANA tutti i santi. Quando finalmente giunsi a casa mangiai una CAMUS alla cioccolata. Andai a letto presto quella volta. Dalla mia stanza sentivo DERRIDA come FOUCALT. Erano i miei genitori. PAREYSON che uno dei due BOLZANO. M’addormentai e ROUSSEAU.

L’angolo delle armi deposte e della memoria perduta

Racchiuso in quell’angolo, tanti ne ho visti passare: lenti, di fretta, accorti, distratti, accompagnati, solitari, giovani, vecchi, grigi, colorati, altezzosi, timidi, sicuri, confusi.

C’è sempre qualcuno che cerca qualcosa: un libro o una stanza del grande palazzo, un artista o un’amica.

Una vaga e continua ricerca, con passi e passaggi, di volti e figure.

C’è anche chi ha perso se stesso e prova a trovarsi attraverso parole di altri.

C’è chi si è perso e basta. E chi più non si cerca.

Un cerchio, un giro attorno a se stesso, e nel mezzo gli anni passati, la vita vissuta, i ricordi che affiorano lenti e sbiaditi.

“Scusi,la Sala degli Stucchi?”

“É la sala in fondo a destra, signora. Credo che suo marito la stia cercando”.

E così: la gente anela certezze, meglio se sulle ovvietà.

É un bisogno di approdi sicuri, che prestano ascolto e danno risposte a domande di semplicità.

Oggi c’è un vecchio signore, vestito di un grigio cappotto; gli occhiali bassi sul naso, un largo sorriso che cerca uno specchio di volti reali.

Continua a girare. Si è perso, non può più tornare.

Io torno, invece, e rimango. Nel mio angolino sicuro.

Da qui vedo chi passa, chi torna, chi va e si è perso per sempre.

Ho occhi calati su un libro a colori. La storia mi piace.

“Scusi, la Sala Stucchi?” .

Ecco, riprende, non posso arrestarla, la storia continua, le vite che passano e pure la mia.

 

Immagine tratta dal lungometraggio animato “L’illusioniste” di Sylvain Chomet.

Le memo di smemo. 1^ puntata

I gemelli AUT-AUT guidavano il pullmann fatiscente che ogni giorno ci portava a scuola. Uno INGRAO la marcia mentre l’altro guidava. Quando pioveva eravamo costretti ad aprire il PIRANDELLO per non ABBAGNANO tutti. La strada da percorrere era sempre la stessa. Passavamo dalla strada degli orologiai dove LONGINO sfornava orologi di gran lusso. A fianco i cinesi realizzavano gli PSEUDO LONGINO. La maestra aveva delle grandi POPPER che i mie compagni guardavano pieni di LEBENSWELT. Il momento più bello era quando ESCHER per ricreazione.  Mangiavamo tutti ARISTOTELE di maiale con patate LESSING. A volte ci venivano le FICHTE allo stomaco, era proprio DURER riprendere a studiare. Per digerire eravamo costretti a fare DOS PASSOS nel cortile. Solo dopo un sonoro ROTH rientravamo in classe. Alcuni compagni coraggiosi bevevano pure amaro caverna di PLATONE. I momenti più ALTHUSSER ce li regalava il professor JASPERS quando DUMAS una sigaretta.Era proprio strano, una volta in classe  si RADETZSKY il petto VILLON col DALAI LAMA. Una volta al mese andavamo a teatro, prezzo modico un euro a PESSOA. Il teatro era un po FREUD, la scuola era a CORTAZAR di fondi per il riscaldamento.