“Molly e le campane di San Nicolò” di Alessio Castiglione

I colori grigi di macchine e tram imbrattano i muri della città. Quale luce riesce a rischiarare la storia dei palazzi di periferia costruiti con sabbia e cenere? Brancaccio è più vuota che mai. In mezzo a questi fumi di forni e fabbriche sempre accese abitano ancora i peccati degli spacciatori dai racconti bugiardi. Mostri a due zampe agli angoli di Piazza Torrelunga.

Molly, lontano da loro, rimase fermo per tre giorni a sentire le campane delle chiese del quartiere: Immacolatella, San Sergio I Papa, San Salvatore. Ad ogni ora del giorno i campanili scontrano i loro metalli per fare sentire ai cittadini il tempo che passa. All’ennesimo e assordante rintocco per delle orecchie di un cane, Molly si alza sui suoi passi alla ricerca del suo primo e ultimo padrone.

«FERMATA BIONE, TRAM IN PARTENZA.»

Un cane entra nella linea 1 come si entra in una macelleria. Tutti gli umani hanno le teste chine sui loro aggeggi rettangolari, come a caderci dentro. “Chissà che padrone cercano loro”, pensa un cane con il muso alto e la lingua senza fame e senza sete. Nessuno lo nota e lui, per non disturbare, non abbaia né scondinzola. Si mette all’angolo di un posto bianco ad aspettare che il grigiore quasi nero si faccia Stazione Centrale.

Scende dal tram dopo tutti i digitambuli. Non segue altra folla, ma altre campane. Conosce tutta la città. L’odore di Gabriele è rimasto sul marciapiede, sulle sedie del McDonald’s, in via Roma, in via Vittorio Emanuele, a Ballarò. Molly, appena posate le zampe sull’asfalto, va veloce come il tempo che non passa. Si desta ad ogni suo simile trapassandolo con rispetto. Non fa pipì da nessuna parte. Continua a marciare con la guida del suo fiuto intriso di memorie olfattive.

È un cacciatore di ricordi che diventano per un cane posti in cui tornare. “Ah… Se solo casolari e portici fossero persone… Si potrebbe tornare sempre da loro…”Perché la città non scompare d’improvviso come è successo a Gabriele, quella notte che legò il suo cane perché non lo seguisse più in altri posti brutti e pericolosi. Molly era buono, piccolo e basso, con un collare rosso e due denti caduti. Non particolarmente bello né migliore di nessun altro. Per questo era stato scelto da Gabriele quel giorno in cui decise di non voler essere più solo. Da quel momento furono due, insieme, sopra i bassifondi e le vette del loro mondo.

“Molly, stai sempre a terra. Ti porto a vedere il cielo.”

Il nuovo padrone prese il suo fedele amico in braccio e lo portò in alto. La prima volta andarono lì dove tutti non potevano stare: tra le nuvole. Rimasero il tempo di un tramonto che si fece vita. Tutto incredibilmente ebbe senso e significato: essere un cane, vedere il cielo, avere Gabriele come padrone. Molly oggi è tornato qui, in mezzo a queste quattro mura che si affacciano sulla città di Gabriele.

Suonano le campane quando finalmente raggiunge Gabriele, e nessun visitatore si accorse o seppe mai perché un Parson Russell Terrier arrivò da solo in cima alla Torre di San Nicolò.

L’illustrazione in copertina è di Jessica Adamo 

Quanto costano le fragole di Claudio Sicilia

Quanto costano le fragole «Mi raccomando, prima di tornare a casa, passa dal fruttivendolo e  chiedi quanto costano le fragole!» urlò mia nonna mentre correvo fuori di casa. Me lo chiedeva spesso da quando abitava a casa mia, ed io ogni giorno lo dimenticavo. In realtà non è che mi importasse più di tanto; non mi sono mai piaciute le fragole, e poi non le comprava mai. Che pensate strane che aveva mia nonna, ogni tanto. Doveva avere qualche rotella fuori posto, secondo me. Correndo correndo, arrivai nella piazzetta dove i miei amici già giocavano a pallone. «Amunì, Maradona! Mancavi solo tu!» disse uno di loro. «Ma zittuti, peri i papera!». Risate e cominciammo a giocare. Dopo che il sole calò, decisi che era il momento di tornare a casa. Sudato e affannato tuppuliài al portone «Nonna! No’! Apri!». Ed aprì. Mi aspettava in cima alle scale; mi fissava e pareva incazzata assai: «a st’ura si torna? Ah?». Io sbuffai e risposi «e che vuoi? Non lo dovevo fare almeno un goal?!». Abbozzò un mezzo sorriso e quando la raggiunsi mi diede uno scappellotto sulla nuca «amunì, disgraziato! Lavati le mani che da mangiare è pronto». Ci sedemmo a tavola e, come capitava ogni giovedì, eravamo soli io e lei. Papà e mamma rincasavano tardi. Andavano da un consulente matrimoniale, chissà che cavolo era. «Hai chiesto quanto costano le fragole?»
«’Nca certo, nonna!» masticai un pezzo di pane, «mizzica, ho fatto un goal troppo bello, mi hanno fatto l’applauso»
«Bravo, a nonna. E quanto costano le fragole?»
«Mhm… due euro la vaschetta» fu la prima minchiata che mi venne in mente
«Ma a chi hai chiesto, a Franco oppure a Pinuzzo?»
«Sempre allo stesso, nonna. Non me lo ricordo come si chiama!»
«Certo, è strano però. Ieri costavano tre euro, ieri l’altro quattro euro, oggi due euro. Ma siamo sicuri che ci sei passato dal fruttivendolo?»
«Miiii che camurrìa. Se non mi credi vacci tu!»
«E calmati che sei piccolo e avrai tanto tempo per arrabbiarti», stava già sparecchiando. La storia si ripeté a cadenza quasi giornaliera, o comunque, capitava quando andavo a trovare i miei amici. Un bel giorno, sempre di giovedì, stavamo cenando io e mia nonna da soli.
«Allora, oggi quanto costavano le fragole?» chiese sempre con lo stesso tono.
«Cinque euro la vaschetta!» esclamai tutto d’un fiato.
«Vieni qua che nonna ti deve parlare». Assunse un tono serio che non le conoscevo.
«Voglio spiegarti una cosa: tu lo sai cosa è la verità?»
«Certo che lo so! La verità è quando dici le cose come sono, senza fesserie»
«Giusto. La verità, amore di nonna, è una cosa importantissima, sacrosanta. Però, Marcuzzo mio, non tutti sono capaci di accettarla»
«In che senso, nonna? Mi sto confondendo un pochino»
«Quando tu vuoi bene ad una persona e questa persona vuole bene a te, potrebbe capitare che ci scappi qualche bugia a fin di bene»
«Nonna, non ci sto capendo niente!»
«Ti ricordi quando eri piccolino e il tuo cane Dodo morì? Ti dicemmo che era tornato il suo vecchio padrone a riprenderselo. Ricordi?»
«Certo che ricordo! Ma va be’, ero ancora piccolo per capire»
«Bravo, gioia mia. Tu non lo sai, ma spesso i grandi sono proprio come i piccoli: non capiscono. Quindi ogni tanto qualche bugia piccola piccola a fin di bene ci sta. Ma fai attenzione, c’è tanta differenza tra la bugia piccola piccola detta a fin di bene e la menzogna. La menzogna è una cosa brutta, cattiva. La menzogna è una bugia grande grande che fa male agli altri, e poi diventa pure una brutta abitudine».
Fece una pausa, bevve un bicchiere d’acqua e continuò «e stai attento, le bugie hanno le gambe corte, lo sanno tutti. E poi, come diceva il nonno “u munsignaru avi aviri u cirivieddu finu”!»
«Quando parli così non ti capisco!» e sbottai a ridere.
«Vuol dire, ciatu mio, che per dire le bugie, anche quelle piccole piccole, devi essere sveglio e ti devi ricordare tutto quello che dici, altrimenti fai male a te e agli altri. E tu sei scimunito proprio come tuo padre perché non è periodo di fragole!»
La abbracciai «No’, ti voglio bene. E non è una bugia».
Tornarono i miei genitori. Erano seccati e silenziosi. Mamma andò dritta in camera e papà senza guardarmi mi fece «Marcù, mamma e papà ti devono parlare». Mi girai di scatto verso la nonna. Chissà perché ma mi aspettavo qualche grossa minchiata.

“Quella cosa che succede ai rospi” di Antonella D’Amico

Si stavano ancora chiedendo com’era avvenuta la morte del rospo. Eppure era di una logica impeccabile, posto che non avevano fatto altro che catturarlo e lasciarlo marcire dentro una gabbia.

Nei giorni precedenti, erano andati a raccogliere gigli in vista della novena, che sarebbe iniziata tra i primi banchi della chiesa, per protrarsi fino al principio dell’estate.

Carlo sapeva bene che il rospo sarebbe morto; quello che non si spiegava era l’attrazione che circondava l’evento, la malsana curiosità di voler ammirare la pelle di un anfibio raggrinzita e pietrificata a causa dell’assenza di acqua.

Nella casa diroccata, dove avevano nascosto la gabbia del rospo, si entrava di soppiatto, dalle sbarre di ferro, facili da attraversare per i privilegi dell’età. Si spingevano sino al primo piano, stretti, con la schiena al muro. Metà della scala era crollata, motivo per cui bisognava mantenere l’equilibrio nello schivare i rami che, dalle finestre, sporgevano verso l’interno. Quella casa pareva costruita al contrario, come una maglia infilata male. C’erano solo letti di falò. Lì dentro, ricostruivano una vita che immaginavano ordinaria e pulita, con le donne che cucinano polpette di sabbia bagnata e spezzano il basilico con le mani. Quell’odore era casa. Quell’odore era Luisa, con le unghie nere di more.

Anche Luisa andava sino al piano di sopra per osservare l’agonia del rospo, per stuzzicarlo con i rametti o solleticarlo con le foglie degli ulivi. A quei tempi, la morte era quella cosa che succede ai rospi.

Nell’estate della novena, ci si riuniva ai piedi dei santi, per recitare le litanie. La parte più bella era la pietà. Pietà, Signore. Pietà, angeli e santi. Pietà. Una pietà annoiata.

Carlo sapeva di dover recitare il rosario al posto di sua madre. “Gesù lo sa che non ho tempo”, diceva lei. Doveva recitarlo per intero, altrimenti suo padre sarebbe morto.

Anche Luisa recitava, seduta sulla sedia di corde e legno. Luisa dai capelli lisci e morbidi, continuava a guardarsi le punte dei piedi, che dondolavano allegramente sotto la sedia.

In realtà, entrambi sarebbero scappati volentieri per infilarsi in quella casa, a guardare il rospo in gabbia, a spiare ogni singolo e minimo movimento della morte. Una morte annunciata, senza alcuna ipotesi di salvezza.

Intanto, Carlo stuzzicava dio con i grani del rosario. Gli chiedeva salvezza per il padre. Gli avrebbe, poi, chiesto anche Luisa, con i suoi capelli morbidi, con quei piedi che dondolavano sotto la sedia. Avrebbe chiesto pomeriggi o una vita intera da trascorrere a veder morire rospi e raccogliere gigli, che avrebbe portato ai piedi dei santi per i secoli dei secoli.

Di certo, suo padre sarebbe morto se non avesse terminato il rosario della novena.

Carlo credeva che se avesse rinunciato a tutto, alla marmellata di more, ai rospi, alle corde e ai giochi sul muretto, persino a Luisa, suo padre sarebbe rimasto in vita.

Tutto il resto era lei, Luisa che leggeva libri difficili e stava sempre muta e ferma davanti al fiume secco. Avrebbe voluto solamente afferrarla, scuoterla, darle vita; senza capire che lei stessa era la vita che veniva, che apriva le porte, che faceva sbattere le finestre.

Intanto, suo padre se ne stava sul letto a guardare il soffitto, nascosto dietro la libreria del salotto.

A quei tempi, la morte era quella cosa che succede ai rospi.

Il padre di Carlo morì nella notte, che era ancora estate. Niente sarebbe riuscito a risvegliarlo. Anzi, i medici si chiedevano come fosse riuscito a durare così a lungo. Prese a immaginare il suo corpo nell’istante della morte: lo pensò col sangue depositato sulla schiena o lungo la parte inferiore degli arti, trasformato in tronco nero e solido.

Per prima cosa, dentro la bara, gli sarebbero saltati via gli occhi. Lo immaginò gonfiarsi sino a esplodere. Comparò questa immagine con la cravatta che gli solleticava la guancia. E ancora, ne immaginava la postura lungo la riva mentre si immergeva e nuotava per metri che parevano chilometri – si ricordò della paura di non vederlo riemergere – e invece riemergeva sempre.

Riemergeva senza occhi e poi esplodeva come un rospo.

Molti anni dopo, al caffè del centro, Carlo rivide Luisa e le raccontò banalmente di quell’insano desiderio che provava per lei e che l’aveva mosso da piccolo, quando pregava che il padre si salvasse. Glielo raccontò in maniera innocente, come fosse un segno.

Le disse che quel giorno, mentre sperava di essere ascoltato, evidentemente aveva scelto lei.

Le parlò del freddo che faceva nel paese in cui suo padre era stato seppellito, dei cadaveri che non si decomponevano con l’aria di neve, del rintocco sordo delle campane nella valle, mentre lui sceglieva. E sceglieva lei, la marmellata di more, il rospo rinsecchito, i gigli ai piedi dei santi. Lei e non suo padre che intanto moriva sotto strati di terra innevata, che si immergeva senza occhi e che ancora non si decideva a decomporsi.

Luisa, di tutta risposta, gli disse che la morte in fin dei conti rimane quella cosa che succede ai rospi.

Gli disse, ancora, che aveva preparato la crostata di more e, se avesse voluto,poteva salire al piano di sopra e assaggiarla.

Un racconto breve di Antonella D’Amico per Ideestortepaper

L’illustrazione in copertina è di Mariagiulia Colace

YUSSUF E GLI DEI, di Giuseppe Mazzola

C’era una volta un bambino di nome Yussuf, che viveva in un piccolo villaggio in una terra molto lontana. Yussuf era l’unico bambino del villaggio e quindi non aveva nessuno con cui giocare. Ogni giorno Yussuf pregava gli dei di mandargli un compagno di giochi, ma nessun dio lo ascoltava. Un giorno andò al vicino ruscello a pregare Amilla, la dea dell’acqua, ma l’unica risposta che ricevette fu  il rumore del fiume che scorreva. Il giorno dopo salì sulla montagna per pregare Youtu, il dio del cielo, ma nel silenzio sentì solo il soffio del vento. Provò con Kallah, il dio del fuoco e  Kishna, la dea della terra. Niente. Yussuf non ebbe risposta da nessuno di loro.

Quando non pregava gli dei, Yussuf giocava con un piccolo scalpello che gli aveva regalato suo padre, che di mestiere lavorava la pietra. Yussuf scolpiva i sassi che raccoglieva lungo il suo cammino e, settimana dopo settimana, mese dopo mese, era diventato incredibilmente bravo. Quando pregava Amilla, si immaginava i suoi lunghi capelli fluenti mossi dall’acqua ed i suoi limpidi occhi azzurri. E trasformava le sue visioni in piccole statue di pietra: il possente Youtu che con la sua forte mascella soffiava via le nuvole dal cielo; Kallah, magro e guizzante che ballava al ritmo delle fiamme; Kishna, rotonda e sorridente, rivestita dal suo manto di foglie. Yussuf aveva scolpito una statua per ognuna delle divinità che aveva pregato.

Yussuf aveva nascosto tutte le sue sculture in una buca che aveva scavato nel giardino dietro casa, perché era troppo timido per mostrarle a qualcuno. Un giorno suo padre, che era andato in giardino a prendere degli attrezzi di lavoro, inciampò per caso nella buca creata da Yussuf e, con sua grande sorpresa, trovò le statuette che vi aveva nascosto suo figlio. Wako (questo era il suo nome), che di pietre si intendeva, non poté fare a meno di ammirare la bellezza di quelle statue, così ricche di dettagli, da sembrare quasi vive. Wako andò da suo figlio per chiedergli se sapesse di chi fossero quelle statue e Yussuf, senza riuscire a guardarlo negli occhi, gli confessò che le aveva fatte lui. Yussuf disse al padre che aveva scolpito le statue degli dei che pregava ogni giorno, perché desiderava tanto un compagno di giochi. Wako abbracciò dolcemente il figlio e disse che lo avrebbe aiutato a realizzare il suo desiderio. Prese le statue e le portò al capo villaggio, anche se Yussuf non era molto contento di mostrare ad altri le sue opere. Il capo villaggio, un uomo molto anziano e molto saggio, ascoltò la storia di Wako e, meravigliato dalla bellezza delle statue, decise di far costruire un piccolo tempio dove esporre le statue, come omaggio agli dei e alla bravura del bambino.

Un giorno un mercante, che passava dal villaggio per scambiare le sue stoffe, vide il tempio, entrò e rimase meravigliato dalle statue che vi erano al suo interno. Il mercante chiese al capo villaggio chi fosse l’autore delle sculture e rimase ancor più stupito di sapere che fossero opera di un bambino. Il mercante volle incontrare Yussuf, il quale però si era allontanato per pregare uno dei suoi dei in chissà quale luogo fuori dal villaggio. Dovendo ritornare a casa, allora promise al capo villaggio che sarebbe tornato per incontrare il bambino.

Nel frattempo Yussuf continuava ogni giorno a pregare gli dei, per chiedere loro un compagno di giochi, e a scolpire le sue statue, che venivano poi portate nel tempio e per essere poste accanto alle altre.

Dopo qualche giorno che il mercante era andato via, al villaggio arrivarono due persone, venute per vedere le meravigliose statue degli dei scolpite dallo straordinario scultore bambino. E dopo queste due persone ne vennero altre cinque. E poi dieci. E poi trenta. Ed il villaggio divenne meta di viandanti che venivano ad ammirare le statue nel tempio ed a pregare gli dei. Ma nessuno riuscì a vedere Yussuf, perché era sempre troppo impegnato a scolpire le sue statue e a chiedere agli dei un compagno per giocare.

Dopo qualche settimana anche il mercante Jalah (questo era il suo nome), come promesso, tornò al villaggio, questa volta con tutta la sua famiglia, sua moglie Hafa ed una bambina, più o meno dell’età di Yussuf. Questa volta il mercante, deciso a conoscere il bambino che scolpiva le statue degli dei, decise di fermarsi al villaggio finché non lo avesse incontrato.

Quando, al tramonto, Yussuf tornò a casa, sentì da fuori la porta che suo padre stava parlando con qualcuno (Jalah il mercante, ma lui non poteva conoscerlo) e, non volendo disturbare, decise di andare direttamente nella sua stanza entrando dalla finestra sul retro. Quando entrò nella sua stanza Yussuf vide che c’era qualcuno. Era una bambina, più o meno della sua età, che stava giocando con le statue che Yussuf ancora non aveva finito di scolpire. Anche se non l’aveva mai vista, a Yussuf sembrava di conoscere quella bambina. Aveva i capelli fluenti di Amilla dell’Acqua, lo sguardo fiero di Youtu del Cielo, il corpo sottile di Kallah del Fuoco ed il sorriso gentile di Kishna della Terra. La bambina, non appena vide Yussuf entrare nella stanza, si voltò verso di lui e gli disse:

“Ciao, sono Maya. Vuoi giocare con me?”

di Giuseppe Mazzola

L’immagine in copertina è tratta dal lungometraggio animato “Kirikù e la strega Karabà”

I gemelli, di Martina Riina

Era da tempo che non si udivano applausi, grida entusiaste o rulli di tamburi. Nei dintorni qualcuno aveva detto che il teatrino dei burattini era stato chiuso perché i proprietari erano caduti in bancarotta, e da quando la moglie del burattinaio aveva “dato di matto” avevano cominciato a tribolare sull’orlo della fame e della miseria.

La famiglia di gitani Flores del Alma faceva spettacolo nel suo teatrino da almeno sette generazioni. Aveva iniziato con qualche numero di prestigio e negli utlimi dieci anni avevano fatto il loro debutto i burattini, diventati presto l’attrazione numero uno della baracca. Il gestore del teatrino, il patriarca dell’intera famiglia, Juan “el Gordo”, un uomo grande e ambizioso, aveva aspettato il momento giusto per far risorgere quell’antica passione che conservava da quando era piccolo, quando ancora era un bambino, il più furbo e ingegnoso di tutti gli altri bambini della famiglia, persino degli adulti. Juan “el Gordo” iniziò giovanissimo a costruire centinaia di omini di legno con l’intenzione di farli sembrare persone del tutto vere e col passare degli anni cominciò a farli somigliare uno per uno a se stesso. Intagliava sempre qualcosa che richiamava le sue fossette, oppure il taglio dei suoi occhi, oppure ancora le sue espressioni di rabbia o di contentezza. Quando terminava un burattino lo trasportava di fronte allo specchio e ne ammirava la somiglianza con il suo volto, sorrideva, ammiccava alla sua immagine riflessa e se ne tornava allegro e trotterellante alla fucina. Nonostante la mole di lavoro, era Juan “el Gordo” l’unico a costruire i burattini. Spettava a lui dare un nome e un ruolo ad ognuno di essi in quel piccolo mondo fatto di legno e velluto, dove il palco, il sipario e il retroscena creavano le situazioni cangianti della vita dei piccoli omini di legno, le loro imprese e le loro burla, il loro duelli e le loro scorribande, tutti racconti che i gitani inscenavano e trasmettevano dalla notte dei tempi.

Un giorno come tanti, qualcuno disse di correre al teatrino perché era accaduto qualcosa di terribile. Come si vociferò presto nel quartiere, la moglie di Juan cominciò a “dare di matto”, quando suo marito stava finendo di lucidare l’ultimo burattino della giornata. Gli aveva detto: – guarda che stasera c’è bisogno di legna per il fuoco e non di un altro burattino uguale a te! –  e proprio mentre stava per terminare la frase si accorse che c’era qualcosa di strano in quello che stava vedendo di fronte a sé. Il burattino si muoveva da solo, come una persona in carne ed ossa. Somigliava al burattinaio, in effetti, e indossava anche il suo abito da spettacolo preferito, quello di velluto blu con sottili striature argentate. Juan “el Gordo”, invece, indossava abiti da lavoro e un orrendo cilindro arancione macchiato di lerciume. Di colpo si girarono entrambi verso la donna e fu il burattino in abito blu a parlare per primo: – sembra che hai visto un fantasma – esclamò, e girandosi nuovamente verso il burattinaio ammiccò con un’espressione da far venire i brividi. La moglie non riusciva a credere ai suoi occhi, il burattino era vivo e parlava per giunta! Nell’istante immediatamente successivo decise che avrebbe fatto a pezzi quell’essere diabolico e prese con scatto felino il martello dallo scaffale. Si scagliò contro il burattino brandendo l’arma con decisione. – Sei diventata pazza! – le urlò il marito. E la moglie, che non smetteva di agitare il martello tra le mani nervose, strillò a sua volta – lasciami distruggere questa diavoleria!

Quello che avvenne dopo lo videro soltanto i due figli minori del burattinaio, che se ne stavano nascosti sotto il tavolo da lavoro del padre. Erano gemelli, perfettamente identici e spiritati negli occhi, pieni di cicatrici e con i capelli arruffati fino all’inverosimile. Raccontarono al resto della famiglia che Juan “el Gordo” era riuscito a far vivere i suoi “alter ego” e la moglie, in un momento di nervi, lo aveva ucciso scambiando anche lui per un burattino stregato.

I due gemelli avevano sentito spesso loro padre parlare di “dare un’anima” ai suoi burattini e si erano sempre chiesti se ce l’avrebbe mai fatta. In cuor loro avevano una certa paura di Juan “el Gordo” perché sapevano che anche lui riteneva, come i gitani di ogni stirpe, che bisognasse diffidare dei doppi, poiché rappresentavano il bene e il male separati in due individui perfettamente identici. Il problema era capire quale fosse il buono e quale il cattivo, e non potendolo stabilire con sicurezza allora era necessario diffidare di entrambi ed escogitare qualche stratagemma per tenere a bada la loro volontà. Forse era stata questa l’impresa ambiziosa di Juan “el Gordo”: catturare l’anima del buono e del cattivo, i suoi due figli gemelli, col fine di comprendere la natura malvagia dell’uno e l’animo magnanimo dell’altro. Ma ahimè, come dicevano i gitani dalla notte dei tempi, l’ambizione è sempre causa di sventure e anche se nessuno seppe mai che fine fecero tutti i burattini di Juan “el Gordo”, scomparsi come nel nulla il giorno stesso del misfatto, per paura di qualche nuova sciagura non ne fecero mai più parola con anima viva.   

Via Libertà, di Piercalogero Filì. Illustrazione di Alessandra Di Paola

<<Perché, vedi, quello che non va è proprio questo. Il tuo modo di vedere le cose! Per te non c’è alcun problema fra di noi, assurdo!>>

Non capisco cosa abbia Irene. Fino a due minuti fa stavamo pomiciando con grazia. Mi piaceva particolarmente farlo qui, sulla panchina di Via Libertà, a due passi da casa, con le macchine che ci ammiravano avvinghiati, jeans sui jeans, mani nelle mani, lingua a lingua, arrapati. Cos’è successo?

<<Tu non capisci cosa passi nella testa di una donna. Nel senso, non mi sento capita, capisci?>>

No che non capisco. Che diavolo dice? All’improvviso ricordo che doveva parlarmi. Prologo. Casa mia. Me ne sto a sfogliare il catalogo Ikea seduto al cesso come tante altre volte dopo pranzo, quando l’inconfondibile suoneria del cellulare collegata a una splendida foto di Irene mi fa saltare in aria: <<Irene, amore, che sorpresa! Ma non mi avevi detto che ti saresti messa un po’ a letto?>>, <<Devo parlarti. Ci vediamo alla panchina tra un’ora>>. Ed eccoci qui dunque, un’ora dopo. Cominciamo a pomiciare, e per il calore che sento tra le gambe mi pare voglia propormi di farlo sulla panchina, davanti a tutti. E invece apre un discorso che non ha né capo né coda. Che le prende?

<<Non mi guardare così, come stessi cadendo dalle nuvole… Sai che giorno è oggi? Ricordi?>>

E no che non mi ricordo! Sto in allarme sto… che diavolo di giorno è? Aspetta, è martedì o mercoledì? Siamo a dicembre, questo lo ricordo, le luminarie dei negozi per fortuna mi aiutano a collocarmi nel tempo e nello spazio. Immagino debba azzeccare una ricorrenza. Ci siamo messi insieme a marzo del 2014, il giorno esatto il 25, dunque non è un anniversario. Perché incazzarsi così? Voglio dire, fa gli anni ad aprile, non è nemmeno il suo compleanno!

<<Incredibile, non ti ricordi! Che merda che sei! Oggi dovevo andare dal dentista, te ne ho parlato la settimana scorsa. Non mi hai nemmeno chiesto come è andata! E questo soltanto per farti un esempio! Voglio dire… non ti ricordi mai un cazzo che mi riguardi! Pensi soltanto a te stesso!>>

Ma diavolo di un capello! Come cazzo facevo a ricordarmene? In una singola conversazione apriamo in media quindici diversi argomenti, numero che va moltiplicato per numero dieci conversazioni al giorno. Come facevo a ricordarmi di una cosa detta en passant una settimana fa? Perché mi sta facendo questo!?

<<E poi mi sento in gabbia capisci? Dici sempre che ognuno di noi ha bisogno dei suoi spazi! Ma non puoi lasciarmi uscire sempre da sola con le amiche! Ho bisogno di stare con te, di vivere con te la quotidianità! Di annoiarmi insieme a te maledizione!>>

Ma se è stata lei a rifiutare la mia proposta di convivenza! Irene sta andando fuori di testa. È stata lei a dirmi che si sentiva in gabbia nella vita di coppia, che aveva bisogno dei suoi spazi. Che la routine di coppia è l’anticamera dell’ospizio. Per quale cazzo di motivo si sente in gabbia adesso?

<<E poi diciamoci la verità! A letto non è più come una volta! Prima c’era il mistero, scopavamo di nascosto ai miei, in camera mia. Adesso sempre a casa tua, e che palle! Vedi, la differenza tra me e te è che io non ho timore di prendere argomenti scomodi! Mi metto in gioco io!>>

Ma se due notti fa siamo stati a scopare quattro ore di fila! Dal divano alla cucina, dalla lavatrice al tappeto. Si è perfino appesa a un lampadario! Tre orgasmi ha avuto, dico tre!

<<Eh, mi guardi sorpreso… lo so, sono una donna esigente io! Vedi, io ho bisogno di situazioni nuove, di nuove atmosfere… E poi c’è il fatto che non mi sostieni. Non ti piace il mio lavoro, guarda che l’ho capito! Mi fai sentire una merda! Io quel lavoro me lo sono guadagnato col sudore della fronte! Nessuno mi regala niente, hai capito? Te ne stai lì spocchioso a guardare tutti dall’alto in basso solo perché sei un creativo tu, uno che inventa le pubblicità e ha il culo di prendere dei bei soldoni per una fottuta buona idea! Guarda che non tutti sono fortunati come te!>>

Ma porco di quel boia! Piangeva perché non voleva andare a lavorare nello studio di commercialista di sua zia! Sono stato io a incoraggiarla, a dirle che sarebbe stata un’esperienza professionale importante. La paga pure bene! Non la sostengo? Incredibile. E poi perché mi dà dell’arrogante?

<<Cazzo, mi fai piangere… non vedi quanto soffro? Ma tanto a te non frega nulla di me…>>

Dice sul serio? Ma se quando tento di abbracciarla mi respinge!

<<Non toccarmi! Io non ce la faccio più… Mi dispiace Antonio, per me la nostra storia finisce qui, addio!>>

Me l’ha detto come Ilary Blasi al Grande Fratello. “Per te il Grande Fratello finisce qui!”. Ma che fa, corre? Irene, aspetta! Non ci credo. Se n’è andata.

<<Ehi amigo! Aggendini? Custodia ifon? Guarda bello amigo…>>

<<Cristo Santo, no!>>

Alla mia esclamazione il vucumprà si allontana spaventato. Mi guardo attorno e mi sento solo. In Via Libertà. Alzo il bavero del cappotto e mi incammino. Do un’occhiata distratta al Politeama e al grande albero di Natale che lo sovrasta. Proseguo per via Ruggero Settimo fino al Massimo. Compro sei castagne a tre euro, ladri. Rompo la scorza dura delle castagne con la forza bruta delle dita e le mangio con avidità. Quindi accendo una sigaretta e mi dirigo verso i Quattro Canti. Seguo con gli occhi una voluta di fumo, e non mi accorgo di perdermi in mezzo alla folla.