Sette fate di Ballarò: un nuovo racconto Ideestortepaper!

Chi lo dice che le fate vivono solo nei libri di fiabe per bambini e vestono tutte di turchino e di rosa?

Ci sono fate dai lunghi capelli, belle come le più belle tra le donne, che arrivano in sogno, traghettandoti, come in un mare calmo, da dolci sogni ad ancor più dolci realtà.

Il loro abbraccio è materno ma anche sensuale, ed è reso caloroso dall’anima dei luoghi, delle cose e delle persone che le generano.

“Sette fate di Ballarò”, una favola senza tempo, ambientata in uno dei quartieri più magici di Palermo. Un racconto breve di Gioacchino Lonobile, illustrato da Nina Melan, per la collana Mandamenti.

Lo trovate nella sezione Catalogo del nostro sito e in vendita nelle librerie che accolgono i nostri quaderni con storie brevi per lettori pigri.

Divagazioni

Quando arrivai all’altezza della fontanella a mezzeria tra la chiesa dei Cocchieri e il giardino dei Giusti, ricordai che diversi anni prima, nello stesso luogo, un ragazzino di Ballarò era caduto in maniera rovinosa scivolando sulle basole bagnate, stava scappando da un’orda di coetanei della Magione che lo inseguivano. Di certo questa storia, a parte il luogo, aveva ben poco a che vedere con il motivo per cui mi trovassi là.

Da mezz’ora erano passate le undici e dal medesimo tempo era svanita la mia puntualità. L’appuntamento era fissato per le undici di sabato. Mattina. Sabato mattina. Il sabato è il primo giorno in cui non lavoro dopo una settimana. Il sabato mattina, come tutti sanno, è preceduto dal venerdì notte, e detto ciò penso non sia necessario aggiungere altro sul mio ritardo. Anzi, solo un’ultima precisazione sull’argomento: posso definirmi una persona abitudinaria, ad esempio il sabato mattina, come anche la domenica, sono solito prendere il caffè nel mio bar di fiducia, eviterò di dire quale perché il proprietario, nonché gestore, di cui ho conquistato la fiducia nel corso di svariati anni, non ci tiene alla pubblicità gratuita, dice che la gente non si fa mai i fatti propri. Ciononostante posso garantire che il caffè è ottimo, dovrebbe esser bevuto senza zucchero, non amaro, ma senza zucchero e prima di assaporarlo andrebbe passato un cucchiaino, dopo esser stato immerso nel liquido denso, sul bordo della tazzina bollente, in modo che le labbra entrino a diretto contatto con quella delizia, senza bruciarsi. Quel sabato mattina, essendo in ritardo, non potei adempiere a quella solita abitudine, ma la cosa non mi turbava particolarmente, anche perché aspettavo da tempo il giorno di quella prima riunione.

Ero fermo davanti la fontanella, lì dove diversi anni prima un ragazzino era passato in direzione di piazza Magione, e dopo una ventina di minuti era corso verso il lato opposto, via Roma, con un quaderno giallo tra l’elastico dei pantaloncini e la maglietta, fuggiasco, non sapeva ancora che per i suoi amici sarebbe diventato un eroe, solo per una mattina. Ma una mattina da bambini è lunghissima. Ero dunque in via Alloro e non conoscevo il luogo esatto dell’appuntamento, poteva essere qualunque civico dall’incrocio con via Paternostro, che un tempo fu rua, fin dopo la chiesa della Gangia, dove due uomini avevano trovato la salvezza attraverso una buca, nel quartiere che gli arabi chiamavano l’Eletta, e i suoi abitanti, che erano pescatori e seggiari, chiamavano la Ausa aspirando la prima lettera. Il luogo esatto doveva essermi comunicato da una telefonata, la quale arrivò dopo qualche istante dalla mia comparsa davanti la fontanella, della quale si è già parlato abbastanza. Alzai gli occhi e vidi Alessia, con la quale stavo parlando al telefono e Angelo che l’appuntamento l’aveva fissato. Ero nel posto giusto.

“Scusate il ritardo” dissi “C’erano delle divagazioni”.